Parlando di fisica 1
Nei circuiti del mio cuore
è rimasto poco o niente,
quella tempre resistente
costruita in tante ore
senza più senso di esistere
dice: “È il caso di desistere”.
Sentimenti
Ho bisogno di vederti,
tanto quanto di lèggere il futuro;
previsioni azzardate e macchinose
non diresti
che in realtà mi manchi tanto da soffrire.
C’è qualcosa che è rimasto da quel giorno
e non mi basta
relegarlo nel passato,
ma non aspettarsi niente è la regola vincente,
quindi aspetto, che mi sento più vissuto.
Nonstante questo sbaglio, qui rimango,
sì, lo voglio,
non mi stanco,
non ti sogno.
Attenzione consapevole,
in un contatto sdrucciolevole,
parole un po’ strane per dei sentimenti.
In fondo lo so,
tu non li senti.
Qualcosa alla fine
Nel caldo che si taglia col coltello,
la sinapsi rallentata
da sonno, musica e ricordi,
una brutta copia della realtà,
proprio di quello che voglio salutare,
non sembrano che esserci rimorsi.
Ma questa è una prima vista,
tipicamente pessimista
e se un rumore mi disturba
è prorpio quello del respiro
non di chi mi sta vicino, ma di un altro
che poi sono io, che sei anche tu.
Voglio tirare le fila, chiudere il discorso,
fare piccolo tesoro di quel poco che è trascorso
in cinque anni, tanta gente dietro ai banchi
certi forse troppo stanchi, troppo presto o troppo tardi
uno ad uno ad elencarli mi ci metto proprio adesso
non la perdo l’occasione, non lo perdo ancora il treno.
É un po’ dura da spiegare,
così in modo nominale
ma tu prova a indovinare
se ti ho scritto tale e quale.
Ladies first dicono i ganzi
non che non ci creda anzi,
ma mi chedo io ogni tanto
se ne valga la pena a quanto;
una vocina mi risponde
“Vale la pena sempre e comunque”.
Allora iniziamo da una qualunque.
La prima che ho in mente mi ha trattato male,
con la seconda tutto tale e quale.
Se sono generico lo faccio apposta
preferisco un sorriso alla faccia nascosta
di chi mi ha mentito più volte in passato,
presente e futuro non ti hanno cambiata,
ormai giro l’angolo, ti ho salutata.
E poi, come Giorgia, e poi,
e poi tu che aiuti
poi tu che comprendi
tu che mi riprendi,
anche quandi respingo i doveri
poi tu mi difendi,
anche nei tuoi confronti.
Altruista come pochi,
con un bacio mi rispondi.
Poi ci sei tu, mio desiderio musicale,
con le note che ti ho scritto vorrei renderti immortale
ma capisco questo limite, di me che tendo a zero
e se un giorno ti ricorderai di me mi sentirò non fiero,
ma di più.
Poi una fata, porti il mondo della danza
nella mià realtà, poco ricca a differenza
della tua che è un’esplosione di emozioni,
pure e semplici sensazioni,
che si fermano col tempo,
mi fanno tremare,
e tu inconsapevole,
non sai che continuare.
E poi tu amor mio a distanza,
già programmato in buona sostanza
per la terza età -e per poco prima-.
Diamo ad entrambi il tempo di vivere,
seduti in disparte a deridere la noia.
Il tuo nome è sempre un istante di gioia.
Poi non riesco a parlare
di te così vicina,
un’aritmia del mio cervello,
ancora grazie è un po’ pochino.
Cercherò di far di meglio,
dammi solo un po’ di tempo.
Inutile sparire nel blu, in disparte
passiamo adesso alla controparte
che forse di meglio mi ha offerto nei fatti
ma con le parole non renderò gli atti
che restano e sempre saranno diversi,
come gli inversi di quelle fuzioni,
per sempre incompresi, così misteriosi.
Inutile offendere oppure encomiare,
a me spetta descrivere, a te giudicare.
Sappi soltanto che esiste davvero
chi è stato presente in qualunque momento
talmente sincero, così disarmante
da essere vero, un amico importante.
C’è stato chi ha detto: “Io sì ti capisco”,
ma poi se ne è andato, così ti tradisco
mi ha fatto capire e con fare infantile
ridamo e scherziamoci sopra, ancora per poco mi sa.
Ancora c’è un altro che suona le corde
di quello strumento, chiamato cuore
che riderebbe dicendomi: “Ancora?
Sei sempre lo stesso, ti prego, riposa.”
E tu esistente, ma solo part-time,
è un po’ che non si parla,
son secoli ormai,
tant’è che ti vedo e mi basta,
ma spero comunque un futuro migliore
di adesso, dove il tempo è gratis.
Qualcuno che parla la mia stessa lingua
credo di averlo infine trovato,
su un trono-sedìle, puntuale e perfetto
si affretta a svegliarmi, che si cambia mezzo.
Non è stato facile, quasi in salita,
due anni di sforzi ma poi l’hai capìta,
non fu mia la colpa, e adesso alla grande
avanti a sognare, illudere e fare,
in una parola: stupire, animare.
Rimane una Punto,
bianca e rombante
con tre cilindri ed un mito al volante
lanciata dovunque ha con sè la morale,
e tutto in due righe, non ci può stare.
Comunque la storia riassunta qui segue:
“Se non hai voce
comunque tu grida
e non lasciare che alcuno derida
il futuro che hai scelto
strappando una pagina.
Tu solo che puoi, ti prego,
tu immagina.”
Pagina vuota
Fisso la pagina vuota, ancora priva di logica
ma ormai intrisa di pioggi,
con la matita vorrei ritrarti lì assorta
che pensi all’ennesimo idiota che non ti merita
a cui tu daresti l’anima, ma non lo sai chi anima
il retroscena della storia di una vita, un teatro:
paghi il biglietto e poi non torni indietro.
Ti puoi commuovere, rimuovere le parti divertenti
ma ridere lo stesso anche quando c’è il silenzio
di rispetto e di imbarazzo, che magari romperesti
senza affetto perché aspetto
che tu dica qualcosa
di bello,
qualcosa su di me.
Troppo vaghe le pretese che ti avanzo,
continuano un percorso ormai interrotto;
un palazzo che ha ospitato grandi feste,
ormai giace abbandonato, decadente
non c’è nulla di innocente nello sguardo
che mi volgi
mi stravolgi, non lo sai?
Quanto in fretta è già passato il tempo infame,
una vite senza fine, all’infinito,
altrettanto resterai nelle mie trame.
42 ore
Prematuro innamorarsi a prima vista;
scherzarci sopra con fare qualunquista
per poi essere interrotto dal telefono,
che suona, tu rispondi e ti attorcigli al filo
in un tornado di illusioni,
sbriciolato in un addio.